Ezekiel Blog

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15.1.04

Chacun cherche son chat


Devo dire che ognuno cerca il suo gatto di Cedric Klapish è uno dei film che ho apprezzato di più negli ultimi anni e a cui ho sentito vicino, per un certo periodo, il mio immaginario cinematografico (alcune atmosfere iniziali di "Have a nice day", che poi diventerà il cortometraggio in tecnica mista "EYE").
Non perdetelo (nel 2003 è uscito anche il dvd), non mancate di vederlo prima che esca l'annunciato remake di Muccino girato a New York e, chissà... con stefano accorsi con la parrucca rasta e la simpatica martina stella che corre in strada sculettando con la musica di Tiziano Ferro come sfondo, termini irrimediabilmente il suo fascino.
Un pò come è accaduto con "Apri gli occhi" trasformato in "Vanilla Sky" (un film totalmente diverso, discreto per i suoi limiti ma diverso).
"Chacun cherche son chat" (il titolo originale rende magnificamente e non lo tradurrei mai) è un film nato piccolo piccolo ma diventato subito, secondo me, di quelli importanti.
Perchè fotografa un periodo, ne mostra inavvertitamente i cambiamenti in corso, entra nella vita senza temere lo squallore e racconta una piccola parte di città che inizia ad assomigliarsi a tutte le città del mondo, Parigi, ne mette a nudo gli aspetti umani.

Forse mi piace perchè mi riconosco nei modi e nei luoghi che descrive Klapisch, che nell'altro suo film conosciuto ("l'appartamento spagnolo") descrive Barcellona ormai pienamente cambiata, l'altra città che in quel periodo (metà anni novanta) osservavo e amavo di più.
Ma ne parla come avrebbe potuto parlare di qualsiasi altra città stesse cambiando in quel momento e fosse cambiata dopo.
E il fatto che si tratti di un cortometraggio trasformato poi in un lungometraggio forse gli dà qualcosa in più, non solo nel montaggio e nello stile, ma nella profondità, semplice, ma non minimale, nel descrivere la storia.

Il film, uscito nel 1996, racconta un mondo, una città che iniziava a globalizzarsi ma ancora non lo sapeva, che iniziava ad opporsi ma ancora non lo sapeva, che iniziava a integrarsi (o disintegrarsi) anche con altri popoli e religioni senza rendersene ancora davvero conto.
E lo fa in maniera assolutamente involontaria, raccontando una storia piccola piccola.
Come colonna sonora musica come il raj (che ancora era solo roba da immigrati) o il trip-hop (allora ancora più underground che commerciale).
Era la Parigi che conoscevo anche io dove la rivolta dei sans papier era ancora lì da venire ma quando giungevi per es. a Porte de Montreuil, zeppa di nordafricani, sentivi qualcosa di strano nell'aria.
Dove l'eroe algerino Zidane doveva ancora vincere i mondiali e rinsaldare un popolo.
A volte salivi sul metrò e osservavi lo sguardo triste, malinconico, arrabbiato ma silente del ragazzo di colore o mediorentale, venuto dal senegal o dalla tunisia che era lì, con te, respirava la tua stessa aria ma probabilmente era relegato ai margini.
E pensavi all'america prima di malcom x.
Ma quello era solo il mondo che si apprestava ad essere: in quegli anni l'esquilino, un quartiere centrale di roma, era ancora fatto di vecchi palazzi e anziani alla finestra, oggi le insegne in mandarino dei negozi cinesi coprono tutto e la comunità pakistana si incontra nella piazza e al bar accanto al romano, con diffidenza ma come se avessero convissuto da sempre.
Proprio come il quartiere semi degradato della Bastiglia di allora, panni stesi, mura scalfite, mistero e locali underground, separato dal mio alberghetto da una fermata di metrò attraverso una lunga, lunghissima curva.
Un posto dove ti aspetteresti di vedere nascere il più grande artista del mondo o dove si potrebbe perdere un gatto.

posted by Ezekiel   [ ]

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